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“LE PAROLE”

Parole tecniche che diventano d’uso comune, parole d’uso comune che prendono altri significati,​ parole che raccontano le donne in carcere: un linguaggio da costruire (passa il cursore sulle parole per approfondire). 

 

Debito

Fare esperienza del passaggio da “saldare” a “assumere” il debito: per fare questo bisogna tornare a credere in se stesse in una forma particolare. Al maschile, in carcere, si parla di riscatto personale. Detto al femminile diventa più vero: personale ma relazionale, gli uni per gli altri in una veglia reciproca, ad esempio coi figli che chiami a vegliare su di te. È tutto un sistema di vita che matura consapevolmente all’interno di quella frattura messa in luce dal reato. Devi avere un’altra lettura di te stesso, divenire responsabile rispetto a, devi rivedere gli stili di vita, i significati, e sai che questo apre nuovi conflitti, non è pacificante. Ci vuole qualcuno che ti aiuta.
IVO LIZZOLA

Sorelle

C’è un lavoro educativo complesso che permette di ricostruire il sé attraverso le relazioni. E il rapporto tra donna e donna è fortissimo, sia con le operatrici sia tra detenute: una capacità di rapporto con nuove donne che sono dentro l’ambivalenza che vivi tu, sulle quali puoi contare, alle quali puoi narrare. Ricostruire fiducia verso il futuro dipende dagli altri, da una sororità capace di accogliere il tuo nuovo disegno di te stessa.
Tornare a sentire se stesse capaci di questo legame sororale, come luogo di costruzione personale, dell’orientamento del proprio modo di essere cittadine, di impegnarsi nel lavoro, gli uni verso gli altri, condividere le differenze e ripartire.

IVO LIZZOLA

Ricostruzione

Più che fare formazione lavorativa, o dare lavoro, è necessario fare attività che possano far crescere la ricostruzione del sé – self-empowerment.
SOFIA CIUFFOLETTI

Futuro

Stiamo lavorando attorno a uno dei luoghi che, come tutti i luoghi in cui le vite non sembra appartengano più alle persone che ne sarebbero titolari, questa riappropriazione della vita passa attraverso le capacità di veglia, di responsabilità reciproca, di progettazione e immaginazione di futuro. Questo è un luogo di futuro, di umanizzazione: non di resistenza dell’umano ma di prefigurazione di un nuovo umano possibile, e in questo il femminile è su una soglia un pochino più avanzata, almeno nell’esecuzione penale.
IVO LIZZOLA

Lavoro

Penso che il lavoro sia vita. Ti aiuta a non cadere in depressione, ti dà la possibilità di non dipendere dagli altri, ti fa passare il tempo più velocemente.
Testimone del Progetto Donne Oltre le Mura

Vulnerabilità

Le donne non sono più vulnerabili (nel senso di più bisognose) degli uomini: hanno invece vulnerabilità particolari
cit. da: Susanna Ronconi, Grazia Zuffa, “Women in Transition”

Pena e Reato

Le donne detenute in esecuzione penale esterna sono donne della pena, pesantemente, ancora più degli uomini, e poi sono donne del reato.
Ma il passaggio nel sentirsi così profondamente vittime del prima, del gesto, e poi della pena, è delicato e rischioso. Se da un lato può permettere di prendere una certa distanza rispetto alle proprie origini, dall’altro può fare di questa condizione di vittime la sorgente di una continua giustificazione morale dei propri gesti: in psicologia giuridica si chiama “disimpegno morale”.
Per le donne il disimpegno morale è meno semplice che per gli uomini, passa attraverso una spaccatura dei legami vitali molto più marcato, costa un livello di sofferenza e di contraffazione profonda dentro di sé che prima o poi si pagherà.
IVO LIZZOLA

Affido

Alcune donne hanno scelto l’affidamento dei figli in comunità per la paura di non potergli essere vicino. Ognuno decide. Io ho deciso di essere mamma.
Testimone del Progetto Donne Oltre le Mura

Responsabilità

Le donne devono avere le cose che hanno i mariti, bisogna denunciare: basta la violenza, tra noi trans, tra le donne, eccetera. Dobbiamo essere uniti. Avere la capacità di dire la verità. Responsabilità. Abbiamo tante opportunità che non conosciamo. Dobbiamo pensare anche ai minorenni, proteggerli perché non cadano nella stessa vita che abbiamo fatto noi, non dobbiamo parlare solo di noi.
Testimone del Progetto Donne Oltre le Mura

Apprendimento

La vita è sempre una opportunità. Anche il carcere è momento di apprendimento. Tanti soffrono e sono spinti a fare cose che non dovrebbero fare, e devono abbandonare per la giustizia. Noi paghiamo ma chi soffre di più sono quelli che restano fuori. In carcere ho imparato tante cose, che fuori non potevo sviluppare. Io oggi sono chiusa e mi sono più libera di imparare, fuori o dentro la vita è sempre difficile. Dobbiamo prenderla con più responsabilità.
Testimone del Progetto Donne Oltre le Mura

Disparità

La riforma dello stato giudiziario non considera il lavoro delle donne: prevede che il lavoro penitenziario replichi l’organizzazione e i metodi della società libera, ma questo non risolve la discriminazione, perché è proprio nella società libera che si manifestano le disparità delle condizioni della donna nel mondo del lavoro.
SOFIA CIUFFOLETTI

Salute

Molte criticità della salute vengono da un disagio psicologico: entrando in carcere c’è una perdita di ciò che si è come donna, come madre, ed è difficile uscirne.
Testimone del Progetto Donne Oltre le Mura

Reinserimento

Se c’è densità di esperienza, aumenta la fatica e la necessità di nuove scelte. Non è un alleggerimento della pena l’uscire, incrocia la necessità di tenere dentro tutto un mondo di relazioni, ma anche di provare una novità, una discontinuità. Il reinserimento non è un ritorno, è un nuovo progetto. Devi avere un contesto che rende possibile ripensarsi come soggetto di scelte. Altrimenti la capacità di rincontrare il reato, la vittima e la sua sofferenza in un’ottica riparativa, non avviene.
IVO LIZZOLA

Necessità

Prima, durante, dopo il carcere. Fino a oggi abbiamo guardato soprattutto fuori dal carcere, per accompagnare in modo lieve all’autonomia possibile dopo. Poi abbiamo fatto interventi dentro, per il diritto a mantenere e coltivare le relazioni significative, il diritto di riempire il tempo durante la carcerazione, diritto di scontare la pena nella comunità.
Ma il carcere, come tutte le istituzioni totali tende, a una minorizzazione e infantilizzazione delle persone, che si può contrastare solo attraverso una valorizzazione delle loro risorse. Mettere a regime questo progetto vuol dire arrivare alla fine con un luogo e delle risorse perché ci sia il non-transito in carcere prima di entrare in carcere. Liberarsi dalla necessità del carcere.
CECCO BELLOSI

Figli

Donne detenute che dicono: mio figlio è vittima ma è anche giudice, devo accettare le due cose allo stesso tempo; ed è mediatore, colui che mi permette di pensare a un oltre. Non posso pensare a una visione futura se non dentro a questa relazione.
IVO LIZZOLA

Malattia

La malattia nasce dal cambiamento di un ambiente. Il carcere, e in particolare il carcere femminile, è un luogo di grande impatto sulla salute, una sofferenza legata al corpo, alla separazione. I disagi fisici nascono spesso da difficoltà psicologiche, e il reato mette anche in luce anche sofferenze pregresse, violenze subite.
Il servizio sanitario penitenziario è carente. Ci vuole una reale presa in carico delle strutture del territorio: non c’è nessuna possibilità cambiamento se non è la società civile e le istituzioni sanitarie che compenetrano nel carcere. Ci vuole integrazione, e la società civile deve volerlo.
DONATELLA ZOIA

Misura Alternativa

Sono stati offerti servizi sul territorio, progetti di reinserimento come lavoro, alloggio. Ma il tema deve essere sviluppato verso un modello di espiazione della pena che si orienti il più possibile a dati di reinserimento immediato. Un passaggio carcere-misura alternativa: bisogna evitare che la misura alternativa diventi l’aspetto sussidiario a una quota di pena espiata,
GIOVANNA DI ROSA